Home CRONACA Alviero Martini e le borse tessute da lavoratori cinesi: «Non siamo indagati»

Alviero Martini e le borse tessute da lavoratori cinesi: «Non siamo indagati»

Alviero Martini, rinomata azienda di alta moda, è stata commissariata dal Tribunale di Milano a causa dell'uso diffuso di lavoro nero e clandestino, con lavoratori cinesi pagati 1,25 euro a tomaia (la parte superiore di una scarpa).

Alviero Martini, rinomata azienda di alta moda, sarebbe stata commissariata dal Tribunale di Milano per presunto abuso di lavoro nero e clandestino, con lavoratori cinesi pagati, pare, 1,25 euro a tomaia (la parte superiore di una scarpa) e borse, pagate loro 20 euro, che verrebbero vendute in negozio a 350 euro. Il problema della griffe deriverebbe da un’inchiesta dei carabinieri e del pm Paolo Storari, che ipotizza un’associazione tra il lusso e opifici cinesi per massimizzare i profitti attraverso elusioni delle norme giuslavoristiche. L’azienda avrebbe completamente esternalizzato la produzione a società terze senza controllare le condizioni di lavoro.

Il lato oscuro della produzione tessile di Alviero Martini

La testimonianza di un lavoratore cinese descriverebbe condizioni inadeguate, con paghe al di sotto della soglia di povertà e dormitori abusivi. La società ha replicato sottolineando il rispetto di un codice etico nei rapporti di fornitura e ha dichiarato di non essere indagata. Tuttavia, resta la questione più ampia del persistente sfruttamento dei cinesi nell’industria tessile a Prato e il ruolo delle autorità nel prevenirlo.

La “migrazione” dei cinesi verso Prato

A Prato, la recente migrazione cinese vede il fenomeno degli “emersi”, con il 67% degli operai impiegati illegalmente. Nei controlli che hanno effettuato i carabinieri e l’ispettorato del lavoro, sono state denunciate nel 2021 gravi violazioni, che hanno portato all’arresto di un titolare cinese e alla sospensione di attività per 9 aziende. Le sanzioni complessive sono di 165mila euro. Dei 52 lavoratori irregolari, ben 35 risultano privi di permesso di soggiorno, rappresentando il 67%. Gli “emersi”, provenienti da tutta Italia, costituiscono un serbatoio di manodopera a basso costo, sfruttato da imprenditori che operano nell’irregolarità. Questi lavoratori, in attesa dell’emersione, trovano a Prato un luogo dove lavorare e vivere temporaneamente.

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