Home CRONACA Non si può fare di Assange un altro Navalny

Non si può fare di Assange un altro Navalny

Dopo i russi, Dio stramaledica gli inglesi. Se concederanno l’estradizione di Julian Assange negli Stati Uniti, dove le probabilità che faccia la stessa fine di Navalny sono alte.

Dopo i russi, Dio stramaledica gli inglesi. Se concederanno l’estradizione di Julian Assange negli Stati Uniti, dove le probabilità che faccia la stessa fine di Navalny sono alte. Oggi, 21 febbraio dell’Anno del Signore 2024, l’Alta Corte britannica emetterà il verdetto per l’appello del cofondatore di WikiLeaks contro la richiesta di estradizione americana. Per uno dei giornalisti simbolo della libertà di stampa nel mondo, gli Usa hanno pronti 18 capi di imputazione e una possibile condanna a 175 anni di carcere. L’accusa a suo carico è aver violato il National Espionage Act, la legge sullo spionaggio americana, che risale al 1917. Pubblicando su WikiLeaks, a partire dal 2010, circa 700mila documenti riservati sulle attività militari e diplomatiche degli americani, in particolare su crimini di guerra compiuti dai soldati statunitensi nel corso dei conflitti in Iraq e Afghanistan.

Gli stanno alle costole

Il 20 febbraio Assange non ha partecipato all’udienza dell’Alta Corte a Londra. Le voci dicono che si sarebbe rotto una costola per una forte tosse. Le sue condizioni precarie di salute, dopo un regime di isolamento di 5 anni, lo hanno costretto a restare nel carcere di massima sicurezza di Belmarsh a Londra, dove si trova dal 2019, senza aver subito alcun processo, in attesa dell’estradizione. Eppure, finora non sono state rese affatto note le sue reali responsabilità rispetto ai capi d’accusa. Dopo questa sentenza, l’extrema ratio che rimane ad Assange è il ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo, la Cedu. E ci sarebbe anche l’Australia a rivolerlo in patria e non negli Usa. Il primo ministro del Commonwealth dell’Australia, Anthony Albanese, si è speso molto per questa ipotesi.

Wanted dead or alive

Stella Moris, avvocata e moglie di Julian, ha dichiarato alla Bbc che questa vicenda giudiziaria è «destinata a decidere se egli vivrà o morirà». Davanti alla Royal Courts of Justice di Londra, sede dell’Alta Corte inglese, ieri numerosi attivisti e sostenitori del giornalista australiano hanno parlato da una postazione improvvisata, chiedendo la sua liberazione e invocando la libertà di stampa e la difesa dei diritti umani. «Se lui non è libero, nessuno è libero», campeggiava sugli striscioni. Intanto, all’inizio di febbraio Bari ha conferito la cittadinanza onoraria a Julian Assange e, presto, gli sarà data anche quella romana.

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