Ieri sera si è consumata l’ennesima tragedia nelle carceri italiane, che ha coinvolto un giovanissimo ragazzo. Lui, a differenza di tutti quelli che si suicidano nelle carceri di qualsiasi età, aveva una notorietà sia sui social che nel mondo della televisione.Questo perchè aveva trasformato la sua follia e la sua malattia, alterata dall’alcool e dalle droghe, in ricerca di una visibilità che potesse fargli raggiungere i risultati economici. Proprio come i suoi coetanei rapper del momento. Jordan Jeffrey Baby diventa famoso il giorno in cui, davanti a una caserma dei carabinieri, sale sulle volanti con le sirene accese e urina sopra le stesse. Il tutto davanti ai poliziotti riprendendosi con il cellulare. Dopo essersi deturpato del tutto sia il corpo che il viso, senza lasciare spazio a un solo pezzo di pelle che si potesse vedere. Jordan non era né cattivo né stupido, era solo un ragazzo gravemente malato. Finito su tutti i telegiornali, il passo obbligatorio passare da qui. E da qui ha cominciato la sua carriera, partecipando addirittura a uno speciale di Non e L’arena da Massimo Giletti, il tutto seguito del nostro staff. Lo vediamo nel video esclusivo che vi abbiamo pubblicato, con la sua euforia del viaggio in treno prima di andare per la prima volta in tv. Stava coronando il sogno di milioni e milioni di ragazzi.
Il video successivo, che vi abbiamo condiviso sul nostro profilo Instagram, lo ritrae festeggiare in albergo perchè in diretta nazionale, davanti a milioni di telespettatori, giornalisti e politici se l’era cavata bene. Jordan aveva stoffa. Da qui arrivano le prime canzoni, le prime fidanzate famose e poi il buio tra droga e depressione.
IL MIO RAPPORTO CON JEFFREY
E noi, che ci siamo occupati di altro e che non facciamo percorsi di riabilitazione, ma convinti ci pensasse lo Stato, invece, abbiamo pensato male. Lui, specialmente con me, aveva un rapporto di stima e di fiducia particolare, si faceva sentire sempre, fino all’ultima enorme cazzata, consumata alla stazione alle 5 del mattino come un mendicante, che gli è costata 4 anni di galera. Ma era uscito subito ed era stato in comunità. Il problema è che la magistratura di sorveglianza non riesce a capire che, specialmente con persone malate e affette da disturbi evidenti, non si può usare il pugno duro e il rimprovero, ma bisogna guardare la realtà da un punto di vista umano e profondo. Cosa che non riguarda il mondo delle nostre istituzioni e del carcere italiano. Il rientro in carcere per Jeffrey è stato deleterio, non ce l’ha fatta.
La sua morte, il suo suicidio sono assolutamente colpa di questo stato e di questo sistema, qualunque sia stato il reato che Jeffrey aveva commesso. Sicuramente uno che scrive una lettera del genere al padre non è uno da punire con il carcere ma sarebbe bastata la comunità. Bravi, avete un’altro morto sulla coscienza.
Viva Jeffrey