
Come stabilito dalla Cassazione, il saluto romano non è reato se non è inquadrato in un progetto di ricostituzione del partito fascista. Le botte da orbi neanche? Un giornalista di La Stampa, Andrea Joly, è stato aggredito a Torino da militanti di CasaPound, giovinotti irretiti dalla simbologia neonazista.
«Intorno alle 23.40 mi trovavo in via Cellini», racconta il cronista. «Ero lì per caso, sabato era il mio giorno libero. Ho notato i fuochi d’artificio accompagnati dai cori di un gruppo molto folto di persone. Da lontano non avevo capito di chi si trattasse, ero incuriosito e mi sono avvicinato per capire che cosa stesse accadendo. A pochi metri dall’ingresso mi sono reso conto del locale e della bandiera di Casa Pound che sventolava sulla porta». Andrea Joly quindi si avvicina all’ingresso dell’Asso di Bastoni, il locale della “riunione”.
«Sono rimasto per dieci minuti davanti all’ingresso per osservare e raccogliere della documentazione», spiega Andrea Joly. «In quel momento non ho scattato fotografie. A un certo punto si sono tutti schierati per fare una foto di gruppo, c’erano tre persone a scattarla e l’ho fatto anche io. Poi mi sono defilato per registrare un primo video quando hanno acceso fumogeni verdi, bianchi e rossi a simboleggiare il tricolore. Ho iniziato a filmarne un secondo e due ragazzi si sono avvicinati. Uno mi ha coperto la telecamera con la mano, mi ha chiesto che cosa stessi filmando e se fossi uno di loro. Ho bofonchiato qualcosa ma non mi hanno neanche lasciato il tempo di finire».
«Sono cominciati attimi concitati, mi sono sentito circondato e strattonato. Ho cercato di scappare ma dopo nemmeno due passi mi sono sentito buttare giù da dietro. Mi è caduto il telefono e l’ho ripreso, intanto ho ricevuto dei colpi. In quei momenti mi rialzavo e ricadevo, poi qualcuno mi ha preso da dietro e mi ha stretto il braccio attorno al collo per una decina di secondi».
«A un certo punto mi mancava completamente il respiro, poi mi sono liberato e sono scappato. Intanto i residenti, usciti sui balconi per i fuochi d’artificio, assistevano alla scena e chiedevano di liberarmi. Non mi hanno seguito, così ho raggiunto la macchina. Sono passato da casa per farmi una doccia e poi in ospedale a farmi visitare».
Ha fatto tutto lui…
I responsabili del circolo Asso di Bastoni si arrampicano sui vetri del locale per minimizzare, anzi, contrattaccare: «Non si è identificato come giornalista ma, anzi, ha spintonato dei ragazzi creando un battibecco e poi si è messo a correre, tra l’altro cadendo. Perché mai i nostri tesserati dovrebbero “aggredire” un giornalista quando sono sempre stati invitati e ospitati, e abbiamo sempre accettato reportage di qualunque testata giornalistica?».
La Digos a Torino ha identificato due dei presunti aggressori. Per entrambi, si profila una denuncia per lesioni personali, collegate all’aggravante del reato commesso «per agevolare l’attività di organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi» che abbiano tra i loro scopi «la discriminazione o l’odio etnico, nazionale, razziale o religioso».

Identificati due aggressori
«Sono grato alla questura di Torino», interviene il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, «per aver tempestivamente identificato due individui fortemente sospettati di essersi resi protagonisti dell’aggressione. La loro posizione ora è al vaglio della autorità giudiziaria. Nel nostro Paese, tanto più con il nostro governo, non ci sarà mai spazio per la violenza di qualsiasi matrice, soprattutto se perpetrata con finalità discriminatorie». Ministro, di quale “discriminazione” parliamo? Andrea Joly rappresenta una comunità etnica o religiosa? No, ci dispiace. Quello di CasaPound in questo caso è puro squadrismo.
Una coppia residente in via Cellini, vicino al circolo Asso di Bastoni, ricostruisce con La Stampa: «Erano carichi di adrenalina, lo hanno rincorso e accerchiato. Il ragazzo è finito a terra e l’hanno picchiato. Poi qualcuno dal locale li ha richiamati. Avevano già sparato fuochi d’artificio dal marciapiede nell’arco della serata. Erano tutti su di giri. Il problema è che non c’erano forze dell’ordine che sorvegliassero o controllassero quel che stava accadendo».