“Miei concittadini americani, questo è il giorno della Liberazione”. Donald Trump lo annuncia dal Giardino delle Rose della Casa Bianca, circondato da bandiere a stelle e strisce e da un tavolo cerimoniale allestito per la firma dell’ordine esecutivo. “Il 2 aprile 2025 verrà ricordato come il giorno… in cui abbiamo ricominciato a rendere di nuovo l’America benestante”.
Dazi reciproci
Toni solenni per il lancio dei nuovi reciprocal tariffs, i dazi reciproci con cui il presidente intende colpire i Paesi che, a suo dire, approfittano da anni degli Stati Uniti. “È un’emergenza nazionale”, ha dichiarato, riferendosi alla crisi del settore manifatturiero e alle pratiche commerciali “inique” da parte di altri Stati. Poi, l’attacco diretto: “Avvoltoi stranieri hanno fatto a pezzi il nostro — un tempo bellissimo — Sogno americano”. Anche se più avanti ha precisato: “Non do la colpa ai Paesi stranieri, ma a Joe Biden e ai suoi predecessori alla Casa Bianca, che non hanno fatto nulla”.
Mentre Trump parlava, i giornalisti in piedi sul prato ricevevano otto pagine di tabelle, distribuite dallo staff presidenziale. In cima, lo stemma del presidente degli Stati Uniti e un titolo: “Reciprocal tariffs”. Dentro, l’elenco dettagliato dei dazi Paese per Paese, calcolati dal Consiglio dei consulenti economici della Casa Bianca. Si distinguono due categorie: una tariffa base del 10% per tutti — inclusi Regno Unito, Australia, Brasile — e una serie di tariffe personalizzate per i Paesi “peggiori”, ossia quelli che impongono tasse sui prodotti americani e registrano ampi surplus commerciali con Washington.
Le tariffe personalizzate
I “peggiori”, secondo l’amministrazione, sono una sessantina. I primi nomi nella prima pagina dei documenti sono Cina e Unione europea. Le tariffe personalizzate, spiegano dalla Casa Bianca, non si basano solo sui dazi tradizionali, ma anche su altre forme di ostacolo considerate più insidiose: le cosiddette “barriere non monetarie”, come l’Iva, le “manipolazioni della valuta”, e le barriere “tecniche” legate alla salute pubblica o all’inquinamento.
“Non sono davvero scientifiche”, ha detto un funzionario a margine, parlando con i cronisti. Secondo Washington, dietro la retorica ecologista o sanitaria, si nascondono vere e proprie forme di protezionismo che — parola dell’amministrazione — sarebbero “peggiori dei dazi stessi”.
È l’ennesimo colpo di scena nell’era Trump-bis, che rispolvera lo spirito dell’”America First” con una narrativa epica e un’agenda economica da riedizione del protezionismo anni Ottanta. Solo che oggi, nel mirino, ci sono tanto Pechino quanto Bruxelles. E tra le “emergenze nazionali”, secondo Trump, non c’è solo la concorrenza estera, ma anche decenni di debolezza interna.