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Tiago Motta segante la Juventus: “Non ho cacciato Vlahovic. Ecco come stanno le cose”

“Fallimento? Ma quale fallimento”

Un esonero è sempre un trauma, certo. Ma se lo racconti con la calma di un guru zen e la lucidità di chi ancora non si capacita di essere stato scaricato come un aggiornamento di Windows, allora forse non sei stato esonerato: ti sei elevato. È esattamente quello che fa Tiago Motta, che dopo settimane di silenzio ha deciso di dire la sua. E lo ha fatto dalle colonne del Corriere della Sera, con un’intervista fiume dove rivendica, smentisce, puntualizza e, a tratti, si autocelebra. “Il nostro lavoro è stato interrotto a un punto dall’obiettivo”, dice con l’aplomb di chi stava per alzare la Champions, ma ha inciampato sull’Empoli. “Fallimento? Ma quale fallimento”. Insomma: secondo lui la Juve era lì lì per spiccare il volo. Certo, il problema è che nel frattempo aveva finito la pista.

“Avevo la fiducia della società”, assicura, “e segnali per continuare”. Poi sono arrivate due partite sbagliate e addio rivoluzione, addio progetto triennale. “Tante cose rifarei, tante cose cambierei”, dice oggi con l’aria del professore che ha fatto l’esame senza prepararsi, ma pretende pure la lode. E le accuse sullo spogliatoio spaccato? “Chi dice che avevo i giocatori contro è un bugiardo”. Tonalità sobria, ma concetto chiarissimo.

Smentite

Da qui parte la smentita tour: “Non ho mai detto a Yildiz che non è Messi”, “Non ho mai litigato con Giuntoli”, “Non è vero che Koopmeiners è un flop, ha solo troppa pressione”, “Douglas Luiz? Sì, infortunato, ma con coraggio e personalità”. Ogni nome spunta fuori come in una lista di nozze, e Motta ha qualcosa da dire su tutti. Vlahovic? “Ha giocato tantissimo. Forse troppo. Ma lo ha meritato”. Kean e Fagioli? “Scelte anche economiche”. Il rimpianto? “Nicolussi Caviglia, dovevamo tenerlo”. Il capitano? “Ho scelto Locatelli, perché fare il capitano non è un gioco”. Neanche cambiare 11 formazioni in un mese, verrebbe da aggiungere, ma tant’è. “Ho fatto rotazioni perché era necessario, per via degli infortuni e delle partite ogni tre giorni”. Tutto legittimo, tutto spiegabile. Se poi la squadra non ha funzionato, deve essere stato un problema di… tempo.

Anche dopo l’umiliante sconfitta con l’Empoli, Motta non parla di tradimenti. “Ho detto che era una vergogna, sì. Ma non mi sono mai sentito tradito. Si sono sempre allenati bene”. E sul suo carattere da presunto burbero: “Non ho un brutto carattere. Sono diretto, sincero. Non urlo, non faccio scenate. Ho imparato da Van Gaal: la partita si prepara in settimana”. Il giorno della gara? “Lì il protagonista è il giocatore”. Nessuna ansia da palcoscenico, solo calma piatta e programmazione.

Grazie e arrivederci

Ora, dice, si gode la famiglia. “È un privilegio. Ma sono pronto a tornare”. Le figlie restano in Portogallo, “non vogliamo cambiare scuola”, lui si prende una pausa tattica. E saluta i tifosi della Juve con un ringraziamento quasi commosso: “Anche le critiche sono state piene d’amore”. Che, tradotto, vuol dire: fischiatemi pure, ma con sentimento.

Motta lascia la Juve da ex, ma col tono di chi ha appena chiuso una startup fallita dicendo agli investitori: “Abbiamo seminato tanto”. E chissà se qualcuno, un giorno, raccoglierà davvero. Magari cominciando da Locatelli capitano e da un “non è Messi” mai pronunciato.

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