Lo dice Paolo Crepet, psichiatra, volto da talk show, penna instancabile della pedagogia apocalittica in prima serata. Lo dice sul serio. E lo dice a proposito di uno dei casi più tragici degli ultimi mesi: il diciannovenne di Rovereto che ha ucciso il padre con decine di coltellate. Il padre era un medico. Il figlio, dicono, “introverso”. Il contesto è ancora tutto da capire. Ma intanto Crepet parla.
Ecco cosa dichiara, testualmente, al Corriere del Trentino:
«Un padre che fa ascoltare Mozart al figlio non finirà mai ammazzato. Un genitore che crea cultura e riflessione sarà sempre rispettato. Oggi non c’è più un pensiero critico, non c’è più un progetto educativo».
— Fonte: Corriere del Trentino, 5 aprile 2025
Naturalmente — va detto, va concesso — forse la frase è stata estrapolata. Magari era inserita in un discorso più articolato, pieno di sfumature, ragionato, complesso. Magari. Ma a questo punto il problema non è nemmeno cosa abbia detto davvero Crepet.
Il problema è perché continuiamo a prenderlo sul serio ogni volta che apre bocca.
Perché ci consola. Ci racconta che la colpa non è sistemica, ma personale. Ci dice che il mondo è peggiorato perché i genitori non fanno più ascoltare le sinfonie giuste, perché si è smesso di educare con “bellezza”, perché è colpa della cultura pop, dei videogiochi, di YouTube. Fa il DJ del disagio: prende vecchi vinili di senso comune, li scratcha con un po’ di nostalgia, e ci restituisce una cassetta emotiva con dentro colpa e melodia. Ci fa sentire in colpa — ma in modo elegante.
In questa narrazione, la tragedia di Rovereto non è l’ennesimo fallimento di uno Stato che ignora il disagio psichico, ma la conseguenza di un’educazione senza Bach e senza regole. Non è la storia di un ragazzo che implode, ma di un figlio che non ha avuto abbastanza stimoli culturali. È colpa della famiglia. Sempre e comunque.
E così il dibattito si appiattisce: la colpa è del padre che non ha letto i classici. Non della scuola che non vede. Non della sanità mentale smantellata. Non dei servizi sociali che arrivano sempre dopo. Non della società che osserva il disagio come un fastidio, finché non diventa sangue.
Mozart, dice Crepet. E noi annuiamo. Perché è rassicurante. È facile da condividere. È colto, è autorevole, è inoffensivo. È perfettamente digeribile per la middle class informata, che vuole sentirsi in colpa ma con soundtrack.
La verità è che la musica classica non salva nessuno.
Non salva dal disturbo psicotico, non salva dal disagio, non salva dall’abbandono, non salva dalla rabbia muta che diventa esplosione. E soprattutto, non spiega nulla. Anzi: Mozart, tirato fuori così, serve solo a spostare l’attenzione da ciò che dovrebbe farci paura davvero.
Il problema non è che abbiamo smesso di ascoltare Mozart.
È che abbiamo smesso di ascoltare chi soffre, chi segnala, chi sta male.
È che la cura è diventata un lusso. La diagnosi un tabù. L’ascolto un privilegio.
Mozart non salva nessuno.
Ma almeno, a differenza di Crepet, non pretende di spiegare il mondo a ogni articolo.
E cosa non da poco: dopo 40 minuti, Mozart finisce.